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Violenza nell’architettura (Aimaro Isola)

Violenza nell’Architettura

L’autore

Aimaro Isola è stato professore di composizione architettonica e progettazione urbana al Politecnico di Torino.
Nel 1950 inizia un lungo sodalizio di lavoro con Roberto Gabetti, che termina soltanto con la scomparsa di quest’ultimo. Da allora l’attività di progettazione riprende con alcuni giovani nello studio Isola Architetti.

Note di Copertina

In “Violenza nell’Architettura”, Aimaro Isola va alla ricerca delle “radici violente che sono state, nel tempo, all’origine dell’abitare” e le individua nel sacro, più precisamente nel sacrificio rituale. E’ questo, come ha mostrato Renè Girard, l’atto fondatore di una comunità. Ciò che spinge gli abitanti della selva a stringere un patto che non solo li lega tutti fra loro ma li lega anche, ciascuno, alla divinità, è l’uccisione di una vittima su cui vengono scaricate le forze disgregatrici (le colpe) ed è perciò fatta strumento di salvezza. E’ nascosta nell’origine, la violenza del sacro, il sacro come veicolo e antidoto della violenza. Aggiunge Isola: là, presso l’origine era l’architettura. A rendere possibile quel gesto, quell’atto fondatore. Come immaginare altrimenti che con figure architettoniche l’atto di immolazione della vittima? Si pensi ad esempio alle piramidi, che sono ciò che resta dopo che le pietre servite per il linciaggio hanno formato un tumulo e coperto la vittima, di cui finiscono con l’essere la tomba. Ma si pensi anche a un altare, a un tempio…

Commento Personale
…portare alla luce quella violenza che ha origine lontana, metastorica, ma che plasma, mi pare, ancora oggi le forme dei nostri progetti.”
Ecco ciò che scrive Isola alla fine del suo primo capitolo, cercando di trasmetterci immediatamente quale sia lo scopo del libro che si andrà leggendo di lì a poi.
Far vedere la violenza che ha generato le costruzioni più antiche, esaltate ed idealizzate come opere di maestosa purezza ma generate da una trasposizione architettonica di riti crudi e violenti. Dunque portare a conoscere l’importanza che aveva ciascuno di questi “riti di fondazione” nell’antichità, volti a legare tra loro gli abitanti – come afferma il filosofo Sergio Givone nella postfazione – oltre che essi alle divinità. Ridondante è l’uccisione della vittima come capro espiatorio delle colpe umane.
Architettura di violenza per negare la violenza.
Da qui la narrazione del libro passa per esempi che ci aiutano nella comprensione suddividendoli per argomenti principi con paragrafi dedicati. Lo scopo è quello di riuscire a creare una scaletta che, nel finale, ci dia un quadro generale della “Violenza nell’Architettura”.
Dalla spiegazione sulla disposizione delle colonne intorno all’altare di un tempio, non altro che l’idea delle figure dei lapidatori della vittima posta sull’altare stesso, alla sacralità di Apollo che apre le strade e sgozza le vittime con il coltello, due fatiche con una sola “arma”, diviene chiaro quanto di terribilmente violento ci sia in un’opera magnifica. Non a caso la nota sotto il titolo è di Calasso: “..perchè il bello non è che l’inizio del tremendo, quale riusciamo a sopportare.

Per quanto i concetti espressi siano pertinenti con la materia trattata, l’autore pecca, ahimè, su un paio di punti.
Anzitutto il linguaggio, contorto anche se scorrevole e con imprecisioni verbali a tratti, è ricco di citazioni prese da oltre trenta libri diversi, che invece di essere inserite in momenti culminanti vengono ripetute in continuazione.
Giusto e legittimo Modus Operandi di una persona colta che, forse, vuole apparire colta anche agli occhi del lettore, il quale, se non dotato della stessa conoscenza dell’autore, fa una tremenda fatica a ricercare continuamente i perché di tutte le note.
Isola ne guadagna in ammirazione, ma ne perde in chiarezza.
La vera nota dolente si ha, però, verso i 2/3 del libro, momento in cui l’argomento ha ormai fatto breccia su colui che legge, in cui c’è voglia di continuare a leggere per giungere ad una conclusione globale, ma anche in cui tutto ciò svanisce perché Isola si lancia in un monologo sulle sue opere (eseguite anche assieme al grande Gambetti).
Con la scusa, a mio parere, di voler impartire una lezione e di fornire esempi sulla mimesi del passato, sul rapporto tra violenza e architettura, vengono esposte innumerevoli opere dello scrittore e tutto ha un sapore molto pubblicitario. Per quanto belli e affascinanti possano essere i progetti realizzati da Aimaro Isola, non era necessario parlarne così ampiamente per convincere il lettore di ciò che si va affermando da una cinquantina di pagine.
Ad esempio Le Corbusier, nel suo “Verso una Architettura” (già recensito), possa piacere o meno l’autore, perlomeno comincia subito scusandosi con il lettore per le citazioni di alcune sue opere presenti nel libro stesso, anche se unite a quelle di molti altri. Isola invece si lancia diretto in una descrizione accurata di creazioni recanti la sua firma e pare difficile credere che non sia riuscito a trovare altri progetti simili di autori al di fuori del suo team in grado di sopperire agli stessi argomenti.
E’ una scelta questa, forse dettata dalla mentalità di un grande artista un po’ egocentrico, convinto che i migliori esempi su un dato tema siano basati sui propri lavori (e magari lo sono), dove si ha la certezza di ciò che si è fatto, ma viene anche da pensare al lato più legato all’economia del farsi pubblicità da sé.

In conclusione, a parte alcuni atteggiamenti non proprio gradevoli, il libro è senza dubbio un’opera in grado di aprirci gli occhi sulle origini e sui perché di molte architetture e paesaggi, mantenendo in noi viva la memoria dei tempi antichi. Ci aiuta sepre più a comprendere che tutto ha un’origine ben precisa e nulla è dovuto al caso.. spesso, quest’origine è meno armoniosa di come ce la immaginiamo.

(((Edizione recensita – Aimaro Isola, “Violenza nell’Architettura”, Aion, Firenze, 2004)))

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Pertinenza con la materia : 9
Capacità di Comunicazione : 6
A.P. : 7
Voto Complessivo : 7+

SommoCocA

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